Viaggio in Bosnia Erzegovina

Noi, ragazzi dell’ISII Marconi, costruttori di ponti tra
Europa e Bosnia-Erzegovina

Due classi sulla rotta balcanica aperta dall’istituto di via IV Novembre. Da Jajce
(la città dei bosniaci piacentini) alla Gerusalemme d’Europa

Due classi quinte dell’ISII Marconi - la 5F e la 5H - un drappello di adulti accompagnatori guidati dai professori Claudio Ferrari e Laura Chiozza e il pullman è fatto. Così l’istitutoi tecnico industriale di via IV Novembre anche quest’anno ha ripercorso le tracce della sua rotta balcanica che storicamente lo vede come prima scuola della città a credere nella scommessa di un viaggio di istruzione in Bosnia-Erzegovina.

Così il parco nazionale di Pltitvice (in Croazia), Jajce (la città dei bosniaci piacentini) e infine Sarajevo (la Gerusalemme d’Europa). E i commenti dei ragazzi dimostrano come si sia fatto centro anche quest’anno.

"Il viaggio non è servito solo a sottolineare il carattere multiculturale e multireligioso di Sarajevo, che si respira anche soltanto camminando da un quartiere all’altro, ma anche ad avere un occhio di riguardo verso un paese che, a tutt’oggi , risente dei bombardamenti della guerra del 92-95" spiega Elvis Nasic, piacentino con origini bosniache.

Il generale e il cardinale

"Gli incontri che abbiamo fatto - prosegue - hanno suscitato in noi notevole interesse verso la situazione politico-economica della Bosnia ma hanno fatto nascere anche un sentimento di riguardo verso il futuro, che non si prospetta brillante in questo paese dell’ex-Jugoslavia. L’incontro con il generale Jovan Divijak ha sicuramente colpito tutti noi. Ha soprattutto evidenziato la necessità di educare i ragazzi d’oggi a non portare avanti ideali risalenti alla guerra, bensì a trasmettere la pace e la serenità".

"E’ stata un’ottima testimonianza di quello è successo in quei terribili anni - evidenzia Elvis -. Il generale ha tenuto un discorso prevalentemente sul passato, come non ha fatto il cardinale di Sarajevo Vinko Puljic, rivolto invece al futuro".

"Il cardinale ci ha spiegato i motivi per i quali la Bosnia oggi non è in Unione Europea. Ha chiesto aiuto ai ragazzi e ai giovani che rappresentano la generazione del futuro - è rimasto colpito Elvis -. Proprio i giovani rappresentano una possibile salvezza per la Bosnia. Rappresentano anche la speranza, proprio perché non si sono mai abbattuti, nemmeno dopo aver visto i propri cari uscire di casa e non tornarci mai più".

bosniaa

bosniab

bosniad

Dietro ai monumenti

"Solitamente si compie un viaggio per vedere monumenti e natura, per vedere il bello - scrivono Giovanni Verpelli e Davide Delbò - senza però considerare che questo può portarci a dimenticare ciò che si nasconde dietro quello che vediamo: storie di persone, di luoghi e di avvenimenti che spesso sono più interessanti e istruttivi. Detto ciò, lo scoglio più grande era preparare le nostre teste da viaggiatori inesperti a vedere un luogo non per il suo patrimonio artistico, ma per la sua storia. Non facile".

"Sarajevo e la Bosnia - spiegano il perché - sono luoghi segnati dalla guerra, una guerra recente, violenta e anche dimenticata. La città è ancora ferita dalla furia di ciò che è successo; è simbolo di grande modernità perchè ospita culture differenti, ma allo stesso tempo, quest’ultime, sembrano non aver appreso la lezione data dalla guerra".

Un confltto mai sopito

Ancora: "Nel nostro incontro con il cardinale Puljic è emerso un profondo conflitto interno alla nazione: risulta infatti essere ancora divisa tra una parte che vorrebbe stare con la Serbia e una parte, la Federazione Bosniaca che cerca di tenere unità la nazione. Piccole lotte interne: basta una scintilla per farle esplodere, ed il nostro silenzio aiuterà solamente ad alimentare il pericolo".

"Questo viaggio è stato per me un’esperienza indimenticabile - confessa Davide -. Non avendo mai fatto una gita di classe in 5 anni ovviamente si pensava al divertimento, a staccare dalla scuola e dal pensiero dell’esame, invece è stato tutto diverso. E’ grazie a questi viaggi che si capisce quanto la conoscenza e la capacità critica che la scuola ci vuole passare siano importanti".

"Le testimonianze della guerra ma soprattutto della rinascita della Bosnia raccontate dal cardinale Puljic e dal generale Divjiak sono preziosissime - è convinto -. Quando ti siedi di fronte a persone così importanti a volte viene quasi la pelle d’oca ad ascoltarle, e bisogna fare tesoro delle loro idee e del loro modo di vedere il mondo in generale, non solo la Bosnia".

Crocevia di culture

"Sarajevo é un crocevia di culture diverse, amalgamate in un paese dei Balcani ai confini dell’Unione Europea - osserva Rusu Mihaita, piacentino con origini romene -. Nei giorni trascorsi nella capitale ho visto percorrere le strade del quartiere turco da una moltitudine di persone di etnie diverse, in apparente simbiosi tra loro. Confesso di aver lasciato una parte del mio cuore in Bosnia".

"Sono rimasto incantato dall’atmosfera di pace, dal cibo, dal paesaggio e dal sorriso delle persone - racconta -. Tuttavia questo equilibrio è precario e relegato principalmente alle grandi metropoli: in campagna é pressoché inesistente e le comunità sono completamente divise tra loro in base al credo religioso. La religione difatti é la matrice portante del paese, su cui é basata anche la vita politica. Bisogna ricordare che la Bosnia ed Erzegovina é un paese a maggioranza musulmana e la nascita dello stato islamico ha avuto conseguenze sulla vita di tutta la popolazione e dei turisti. Le correnti estremiste provocano disagio e preoccupazione tra coloro che sono diffidenti nei confronti dell’Islam. Tuttavia la comunità islamica di Sarajevo, come ci ha rassicurato l’Imam della città, non ha tendenze estremiste ed al contrario mira al mantenimento di saldi rapporti con le altre etnie".

"A rendere oltremodo ingestibile la situazione é l’influenza serba, russa e turca che spinge il paese verso una presa nazionalista - sottolinea Rusu - ed é proprio questo fenomeno a spaventare maggiormente. Le stesse premesse che riscontriamo attualmente sono quelle che hanno dato inizio alla guerra che avuto luogo in questi territori tra il 1992 e il 1995".

"Si tratta di un evento che noi giovani non abbiamo mai sentito nominare, di cui nessuno in Italia parla, come se la gente morta per la strada non fosse mai esistita o le pistole non avessero mai sparato un proiettile - riflette lo studente -. Invece i segni ci sono, ma sono coperti. Colpisce riscontrare che in una città florida e viva come Sarajevo aleggi ancora il peso della morte, come il clima festivo e sereno che si respiri in città sia in realtà un modo per coprire le crepe insanguinate sull’asfalto e le mura crivellate di buchi. Sono passati vent’anni da quella guerra eppure pare che più tempo trascorra più i ricordi atroci di questo conflitto svaniscano e che l’unico modo per riportarli alla memoria sia combattere un’altra battaglia".

Ma da questo imbuto si può uscire: "Un modo pacifico per preservare la memoria esiste e consiste nel viaggio che la nostra classe ha affrontato. Viaggio che rappresenta una scoperta del ricordo che viene a mancare, accende nuovamente le luci su un paese che merita di essere supportato. Dobbiamo trovare il coraggio per affrontare le nostre paure, includere questi territori e accoglierli, affinché questa pace meriti di definirsi tale".

_fri

Dal quotidiano Libertà - venerdì 22 giugno 2018

 Sarajevo? Meglio di Barcellona e Praga

Non è solo un viaggio di istruzione o una vacanza ma una crescita interiore

Era il 14 dicembre del 1995 quando, dopo quasi 4 anni di guerra, veniva stipulato l’accordo di Dayton che, oltre a sancire la fine del conflitto, prevedeva la creazione in Bosnia di due entità interne: la Federazione croato-musulmana (51% del territorio nazionale, 92 municipalità) e la Repubblica Serba (49% del territorio nazioale e 63 municipalità). Negli anni della guerra il popolo bosniaco è stato tremendamente ferito, fisicamente e moralmenten con 93mila morti, l’assedio di Sarajevo, la distruzione del Parlamento e della storica biblioteca.

Il tutto sotto gli occhi di Nato ed Europa che quando si accorsero di dover cambiare strategia riuscirono a firmare un accordo di pace, forse con un ritardo troppio ampio. Oggi la Bosnia-Erzegovina vive un clima difficile, divisa in due entità che non riescono a convivere, dimenticata dall’Unione Europea ma non dalla fazione musulmana del presidente turco Erdogan ben interessato alla situazione politica bosniaca.

bosniac

Ora vi starete chiedendo: perché un ragazzino di 20 anni me la sta “menando” con questa storia? Beh, semplicemente perché nel mio quinto anno di superiori, con l’ISII Marconi (5F informatici), ho avuto l’occasione di fare un viaggio d’istruzione in Bosnia-Erzegovina. Nonostante molti dubbi iniziali che possono avere anche molti ragazzi della mia età, preferendo di gran lunga mete come Barcellona o Praga, devo dire che sono stato molto fortunato a partire. Sono stati solo 5 giorni ma grazie ad incontri come quelli con il cardinale Vinko Puljic e il generale Jovan Divjak sono riuscito a farmi un’idea diversa di questa nazione; che non è un paese da dimenticare come sta facendo l’Europa ma una terra che ha bisogno di aiuto e le sta provando tutte per farsi sentire.

Basti pensare che un cardinale ha trovato il tempo per parlarci per raccontarci come si vive ora in Bosnia dove con le divisioni interne e il malgoverno si fatica ad andare avanti. Per questo rivolgo un invito a tutti: adulti, ragazzi e professori, proponete un viaggio in Bosnia-Erzegovina; un viaggio che non va visto come una semplice vacanza rilassante ma come un momento di crescita interiore, osservando le città, notando le crudeltà di una guerra distante solo poco più di vent’anni. E non fermatevi alla capitale Sarajevo (bellissima) ma uscite nelle campagne, nelle piccole realtà dove forse più di qualsiasi altro posto riuscirete a venire in contatto con la cultura bosniaca e a notare l’abbandono dell’Europa. Non mi dilungherò troppo perché non voglio lasciare a voi la sorpresa di un viaggio che merita di essere vissuto in un paese che merita di essere aiutato. Proprio per questo, oltre ad invitarvi a visitarla, vi chiedo di passare la parola a quante più persone possibili, in modo tale che la voce del popolo bosniaco riesca a superare i confini che ci separano.

Matteo Marina

Dal quotidiano Libertà - venerdì 22 giugno 2018


Pubblicata il 23 giugno 2018