Realizzerò promesse di bene

"GRAZIE, QUELLA BOCCIATURA È STATA LA MIA SALVEZZA"

"Questi ragazzi si sentono "marchiati", perché stranieri, perché frequentano una scuola professionale... Noi li guardiamo per quello che so­no. Non facciamo finta che non ci sono problemi - alcuni sono davvero grandi e non ab­biamo la soluzione - ma i pro­blemi non hanno l'ultima pa­rola, Il limite non definisce il rapporto che abbiamo con lo­ro".

Prendi una scuola che per tutti - coetanei compresi, perfi­no quelli dell'ITIS con cui for­mano un unico plesso - è quel­la "di chi non ha voglia di far niente". Aggiungici una popo­lazione multietnica di adole­scenti, al 99% per cento ma­schi. Il mix è esplosivo. Eppure c'è chi non si rassegna a vede­re solo ciò che non va. Che sa guardare oltre, credendo nei ragazzi che ha davanti e nelle loro potenzialità.

"Realizzerò promesse di be­ne": siamo andati a cercare il filo che accompagna il perio­do di Avvento-Natale della diocesi nei corridoi dell'IPSIA "Leonardo da Vinci" e dell'ISII "Marconi" (l'ITIS, nella de­nominazione di uso comune), incontrando - guidati dalla prof. Lorenza Nillucci, che in­segna laboratorio di informati­ca in entrambe le scuole - alcu­ni docenti, ragazzi e collabora­tori scolastici.

"Prof, questo è per lei"

È un paese in miniatura, con i suoi 1500 studenti, risuonan­te di voci e movimento. Di ra­gazzi che salgono e scendono le scale al cambio d'ora con le loro felpe e il cappuccio alzato sulla testa, qualcuno le cuffiette alle orecchie, un'aria a volte assorta, lontana, altre spaval­da, tutti con lo stesso cuore as­setato di ascolto e relazioni.

Di bidelli che cucinano pastiera e torta pasticciotto per far festa insieme, che dipingono le fio­riere e si occupano del giardi­no perché la bellezza educa da sé. Di prof che condividono esperienze e consigli, in cerca di una strada che faccia breccia nel muro delle situazioni più faticose. "Oggi Amid (nome di fantasia) era proprio ingestibi­le". "Sì, però ho notato che se gli stai vicino lavora". "È vero, ha bisogno di un'attenzione esclusiva, come un bambino".

Dietro alle provocazioni e al­l'aria di sfida c'è un grido d'aiuto. Non è sempre facile raccoglierlo, quando in classe hai 25 persone da seguire. E magari con livelli di conoscen­za della lingua diversi. Così c'è la prof di italiano che si prepa­ra fino a cinque lavori per clas­se. Che, di fronte allo spettaco­lo dei fuochi d'artificio, pensa subito ad alcuni dei suoi stu­denti più intemperanti. Ma che, sul telefonino, riceve inat­teso un messaggio whatsapp da uno di loro in gita, con la foto di un paesaggio meraviglio­so: "Guardi prof che bellezza oggi fuori dalla mia finestra. Questo è per lei".

"Qui ti vien voglia di fare"

Rosanna Copertino, docente di matematica, ci fa conoscere qualche studente dell'indiriz­zo meccanico. Uno, di nazio­nalità albanese, è arrivato nel giugno scorso senza sapere una parola di italiano. "Ha im­parato velocemente, è bravis­simo a scuola". Per alcune fa­miglie lo studio ha ancora quel sapore di riscatto sociale che è la molla di tanti sacrifici, tante ore passate fuori casa a lavora­re per permettere ai figli di avere un'istruzione. La rispo­sta non è sempre quella attesa. Adrian (anche questo nome di fantasia), sudamericano, è sta­to bocciato due volte all'ITIS e quest'anno ha cominciato all'IPSIA. In matematica ha 10. "Facevo fatica a studiare, qui si fa molta pratica e mi sento più stimolato. Non potevo continuare a vedere i miei compagni che andavano avan­ti mentre io stavo fermo".

Ben (sempre nome di fanta­sia), albanese, dopo un mese all'ITIS è passato all'IPSIA ed ha voltato pagina, conquistato anche lui dalla possibilità di mettere in pratica quel che stu­dia sui libri. "Qui ti viene vo­glia di fare. Non è vero che sia­mo la scuola dove non si fa nulla - ci tiene a ribattere -. Facciamo molta parte di laboratorio già dal biennio. Poi qualche soggetto «marcio» - dice proprio così, con la schiet­tezza dei suoi 15 anni - c'è. Pe­rò non bisogna generalizzare". Guardi la foto di una serie di pezzi di acciaio realizzati dai ragazzi in officina per un'esercitazione, postata sul profilo Facebook di un docente, e pen­si che sì, Ben ha ragione: non si può, a mano, plasmare qualco­sa di tanto preciso se non muo­ve una passione.

"Li sgrido, ma se hanno bisogno vengono da me"

La prof. Nillucci parla di un "marchio" che questi ragazzi si sentono addosso. È dura cancellarlo se non trovi chi ti guarda in modo nuovo. "Un'umanità così - osserva - la puoi trovare solo se l'hai rice­vuta". È il cuore a fare la diffe­renza quando si entra in clas­se. La prof. Copertino ha scelto espressamente di insegnare al­le professionali. E non è la sola. "È faticosissimo - non nascon­de -. Ma quando arrivi in quin­ta e vedi che ce la fanno... Ci sono studenti che tornano a trovarci, ci vengono a ringra­ziare". Sbaglia chi pensa che si conquisti la fiducia mollando le regole. "Io i ragazzi li sgrido molto, però quando hanno bi­sogno vengono a parlare. Ap­prezzano chi sa tenere la clas­se, diventi credibile e si fidano. Di cosa hanno più bisogno? Di una guida, di qualcuno che li aiuti anche solo a compilare un modulo e dia un consiglio".

"L'insegnante è l'adulto che accompagna - le fa eco la prof. Nillucci -. Ma si mette anche in gioco. C'è un argomento che vi interessa e non ho mai trattato? Lo facciamo insieme. Così cre­sciamo anche noi nella nostra professionalità". Un esperi­mento, ad esempio, è quello di mettere insieme, nell'alternati­va all'ora di religione, una clas­se dell'IPSIA con una più gran­de dell'ITIS. "Ognuno ha trova­to il suo rutor, l'obiettivo è di sostenerli nello studio, facendo condividere esperienze".

"Desidero che capiate"

Gli ex studenti restano co­munque i testimonial più effi­caci. All'ITIS Giovanni Mutti - diplomato dell'Istituto - è do­cente di chimica. "La passione per l'insegnamento me l'han­no trasmessa alcuni professori del triennio e così, ancor prima di laurearmi, ho fatto richiesta per l'abilitazione". Insegna da cinque anni. "Prof ma perché si arrabbia?", gli hanno chiesto l'altro giorno in una quarta. "Mi ero infervorato spiegando un argomento. Non sono ar­rabbiato, ma è così bello quel che spiego che desidero che capiate", ho risposto. Vedere che, chi comincia così così, le­zione dopo lezione capisce di capire - usa un gioco di parole - è una grande soddisfazione". A volte anche i fallimenti segnano la svolta. La prof. Co­pertino ricorda un ragazzo di origini africane che in prima 

ne aveva fatte di ogni, facen­do gruppo con altri due sog­getti difficili. Note, sospensio­ni... Sembrava perso. E stato bocciato. Si è trovato in una classe in cui i compagni han­no saputo aiutarlo a tirare fuori il meglio. "Ha conosciu­to un riscatto incredibile. Si è messo a studiare, ha vinto dei premi con il giornalino della scuola, si è diplomato, lavora e allena i bambini a calcio.

"Grazie, la bocciatura è stata la mia salvezza", ci ha detto. Sabato è venuto a trovarmi. Ero alle prese con un ragazzi­no problematico, africano an­che lui. Non voleva andare in laboratorio. L'ha preso da par­te, gli ha parlato e in laborato­rio l'ha accompagnato lui".

Barbara Sartori - Dal settimanale Il Nuovo Giornale

"L'insegnante è un giardiniere"

Nella relazione di fine anno scolastico, la citazione di Herman Hesse

L'anno scorso, nella relazione finale su una classe partìcolarmente impegnativa, do­po le sue osservazioni ha voluto inserire una citazione di Herman Hesse, che all'incirca re­cita così: "L'insegnante è come un giardinie­re, che deve avere la pazienza di piantare co­se di cui non vedrà il frutto e che con il tem­po impara ad amare anche le imperfezioni".

Si sente una docente in formazione per­manente Lia Franchi, che insegna inglese negli indirizzi professionali e in alcune classi dell'ITIS. Pensare che ha iniziato nel marketing, in giro per il mondo. "Per amo­re sono rientrata a Piacenza, ho cominciato a fare supplenze e l'insegnamento mi ha conquistato. Sono entrata in ruolo a 49 an­ni. Non è che all'IPSIA ci sia un desiderio pazzesco di imparare l'inglese - sorride - e per alcuni studenti ci sono già problemi di acquisizione dell'italiano.

Per questo per me è uno stimolo continuo. Il fatto di avere tanti indirizzi, poi, mi spinge a sperimenta­re nuovi metodi. Quando i ragazzi si diplo­mano e tornano a trovarci, mi dicono: "prof, aveva ragione a insistere, adesso mi mandano all'estero e l'inglese mi serve". Ai ragazzi stranieri cerco, di far capire che han­no un capitale di risorse prezioso: la loro lingua madre, l'italiano e un po' d'inglese". L'approccio in classe? "I furbi non mi piacciono e chiarisco subito che voglio in­staurare un rapporto di correttezza e rispet­to reciproco. Non è vero - puntualizza la prof. Franchi - che i ragazzi non apprezza­no il docente severo. li valutano, è vero, però capiscono che a loro ci tieni, perché sanno che se hanno bisogno c'è chi li ascol­ta. E questa è la loro prima richiesta".

(bs) - Dal settimanale Il Nuovo Giornale


Pubblicata il 31 dicembre 2018

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